COMPANIONS and EXPATRIATES – L’ESPATRIO E LA COMPAGNIA

 September 1943: JEWISH FRIENDS AND COMPANIONS

By ALBERTO ALBERTINI   – Milano, Italy

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ALBERTO ALBERTINI, Companions

On July 25, 1943, I was on the train: groups of people taking shape on the sidewalks and, when the train left the station, swarms of people moving, gathering in different groups. They told me that fascism was down. In August, bombs on Milan. September 8th, the army was headless. My companions and myself were guiding some friends in the mountains to reach the Swiss border, still open for a few days. September was sultry. Growing hot, we took our shirts off. The border wasn’t far; through a clearing we could look at the valley: it was limpid, motionless. A woodland behind us was expanding toward the fences at the border, and it was one of those moments in which a stop becomes a brief awareness of what was happening to us: separation from friends, a future about to grab either them or us, and meanwhile we were surrounded by an enchanting beginning of autumn, a sort of laziness that starts with leaves looking tired, and fading colors. As the group began to walk again, a girl was still leaning on a tree. Skinny, with an exuberant breast, she gave off sweat, heat and pherormones, maybe only tired, maybe available. This is something I will never know.

ALBERTO ALBERTINI, Companions

ALBERTO ALBERTINI, Companions

ALBERTO ALBERTINI, Companions

ALBERTO ALBERTINI, Companions

ALBERTO ALBERTINI, Companions

ALBERTO ALBERTINI, Companions

ALBERTO ALBERTINI, Companions

ALBERTO ALBERTINI, Companions

ALBERTO ALBERTINI, Companions

ALBERTO ALBERTINI, Companions (Giancarlo Fumagalli Ciuti)

Soon after I went back to the border as a guide for two Jewish friends. A short time before Switzerland closed the border and a curtain would fall on a brief hope. We received the first news of deportation of those young people who hadn’t found a shelter in time. A family friend was deported for having helped some Jewish people to illegally expatriate. Until 1943 the Jewish situation was somehow Italian style: there were concentration camps, but apparently, in some of them, one’s presence was only for bureaucratic control. A person I knew was obliged to show up in the camp, although he was renting a room in a fascist authority’s house. Not all fascists approved the racial laws, they seemed excessive even to them! I can confirm that an elementary school teacher, a woman perhaps only officially fascist, gave me a hand to organize the clandestine expatriation of my friends’ parents when the risk was already a Nazi risk. With the German occupation after ’43, one could have ended in a German concentration camp.

According to the plan, I was supposed to go to their house at four in the morning and then, taking hopefully empty countryside roads, reach the train station from where, by a small tramway, we had to go up the mountain to find a person waiting for us. That person had access to the border thanks to a stone quarry placed exactly on the line. The major risk was the tramway journey, it was possible to meet people. But that was the way back for workers going to work, therefore nobody was on the tramway but us. Everything worked as foreseen. Although I knew the risk was real, I didn’t feel worried. I remember, though, the infinite sadness of that journey in a dark, winter morning on the frozen ground, and the anxiety of being in a carriage where we could have been arrested, the melancholic goodbye, the uncertainty of the future, a separation with no meaning and no emotions. Overwhelmed by the inevitable necessity of that choice. Only now, bringing back the episode, I realize they had put all their expectations in my hands, I was only sixteen.

ALBERTO ALBERTINI. On the way to Switzerland

ALBERTO ALBERTINI. On the way to Switzerland

The Jews. We realized they existed after the racial laws, when young students were expelled from public schools. They were mostly from wealthy families merged into our bourgeoisie. I became friend with two brothers; with them I had my very first political discussions. It was evident that, for the most, the racial laws were a humiliating dependency on the Nazis, they had no other justification. The Jewish chapter was also part of my expanded life, very important not so much for the quantity of relations, rather for their quality. My friends brought cultural life: political, musical, economical, experiences; to me a new branch to explore. They escaped from Germany and could talk about Prague, Leipzig, German and Yiddish languages. They gave me a deeper knowledge of classical music. The thing that struck me the must, at the time, was the idea I had found somebody I could count on. A new air was blowing, a vitality I did not notice in friends or school mates, an injection of information that opened to me a larger horizon. They were clearly well suited to commercial activities, exchanges and a joyful taste of life. Yet, clouds on the horizon were already very dark!

ALBERTO ALBERTINI, On the way to Switzerland

ALBERTO ALBERTINI, On the way to Switzerland

Post Scriptum by Rosanna Albertini

More than sixty years after. Throughout his long life Alberto maintained a deep friendship with one of those brothers. A friendship that is still going on between the two old men, vivid and joyful, among other things fed by their love for the arts.

(Il testo in italiano è dedicato ai miei nipoti Francesco e Diego)

SETTEMBRE 1943  Gli amici ebrei — L’espatrio

di Alberto Albertini

Il 25 luglio ero in treno: formazione di capannelli sui marciapiedi e, quando il treno uscì di stazione, sciami di persone che si spostavano, si riunivano in altri gruppi. Mi dissero che era caduto il fascismo. Agosto, i bombardamenti di Milano. L’otto settembre, l’esercito abbandonato a se stesso. Noi, la nostra compagnia, accompagnavamo alcuni amici in montagna fino al confine che gli svizzeri avevano tenuto aperto per alcuni giorni. Un settembre afoso. Eravamo accaldati e ci eravamo messi in canottiera. Mancava poco al confine, una radura consentiva la vista della valle, limpida, immobile. Alle nostre spalle ricominciava la boscaglia che si estendeva fino alla rete di confine, uno di quei momenti in cui la sosta diventa una breve presoa di coscienza di quello che ci stava accadendo: la separazione dagli amici, il futuro che avrebbe atteso loro e infine anche noi, mentre eravamo circondati dall’incanto dell’autunno incipiente, quel senso di pigrizia che comincia dalla stanchezza delle foglie e dai colori che si smorzano. Il gruppo si era rimesso in cammino, ma una ragazza della compagnia indugiava appoggiata ad un albero. Era minuta ma con il seno esuberante, emanava sudore, calore e ferormone, un po’ stanca e forse un po’ disponibile. Questo non lo saprò mai.

Non molto dopo tornai al confine per accompagnare due amici ebrei. Di lì a poco gli svizzeri chiusero le barriere e calò il sipario sulla breve speranza. Giunsero le prime notizie di deportazione di quei giovani che non avevano trovato rifugio in tempo. Un amico di famiglia fu deportato per la sua partecipazione all’espatrio clandestino di ebrei. Fino al ’43 la situazione degli ebrei era un po’ all’italiana. C’erano campi di concentramento ma in alcuni pare si potesse fare solo presenza di controllo. Un mio conoscente aveva l’obbligo di presentarsi al campo ma aveva una camera d’affitto presso un gerarca fascista. Le leggi razziali non godevano dell’approvazione della totalità dei fascisti, anche a loro sembravano eccessive! Posso confermare che una maestra, fascista forse d’ufficio, mi aiutò nell’espatrio clandestino dei genitori dei miei amici, quando il rischio era già quello nazista. Con l’occupazione tedesca dopo il ’43, c’era il rischio di finire nei lager tedeschi.

Il piano prevedeva che io mi recassi presso di loro in bicicletta alla quattro del mattino e che poi, attraverso strade di campagna sicuramente deserte, si raggiungesse la stazione ferroviaria e da lì, con un piccolo tram, saremmo risaliti verso la montagna dove ci attendeva la persona che aveva l’accesso alla rete di confine per via di una cava di pietre situata proprio sul limite. La parte piu rischiosa era il percorso in tram, dove era possibile incontrare persone. Però quello era il percorso di ritorno dalla stazione per i pendolari che andavano al lavoro e quindi il tram era deserto. Tutto funzionò come progettato. Per quanto fossi consapevole che il rischio c’era, non mi sentivo preoccupato. Ciò che ricordo è la tristezza infinita di quel viaggio nel buio mattino invernale sul terreno bloccato dal gelo, l’ansia del viaggio in quella vettura dove avrebbero potuto coglierci, l’addio mesto, l’incerto futuro, un distacco senza senso e senza emozioni. Sopraffatti dalla necessità ineludibile di questa scelta. Solo ora, rievocando l’episodio, mi rendo conto che essi avevano puntato tutte le loro speranze su di me che avevo sedici anni.

Gli ebrei. Ci accorgemmo che esistevano dopo le leggi razziali, quando i ragazzi vennero esplusi dalle scuole pubbliche. Per lo più erano di famiglie benestanti confuse con la nostra borghesia. Feci amicizia con due fratelli, con loro erano sorte le prime discussioni politiche. Era evidente ai più che le leggi razziali erano un’umiliante sudditanza ai nazisti e non trovavano altra giustificazione. Anche il capitolo ebrei era una parte della mia vita in espansione, assai importante non tanto per la quantità ma per la qualità. I miei amici portavano cultura: politica, musicale, economica, esperienze, per me un nuovo ramo da esplorare. Erano fuggiti dalla Germania e raccontavano di Praga, di Lipsia, della lingua tedesca e iddish. Approfondivano le mie conoscenze della musica classica. Fu la cosa che allora mi colpì di più. L’idea di trovare qualcuno su cui contare. Una ventata di aria diversa, una vitalità che non riscontravo negli amici o compagni scuola che avevo frequentato, un’iniezione di conoscenze che mi prospettavano un orizzonte piu vasto. Avevano un’attitudine spiccata per il commercio, lo scambio e un gusto della vita gioioso. Eppure le nubi all’orizzonte erano già molto oscure!

ALBERTO ALBERTINI, In the woods

ALBERTO ALBERTINI, In the woods

Post Scriptum di Rosanna Albertini

L’amicizia con uno dei due fratelli è diventata una frequentazione regolare durante tutta la lunga vita di Alberto. E’ ancora vivissima e gioiosa in questi giorni, nutrita fra altre cose dalla passione per le arti.