A YOUNG MAN WITH THE CAMERA

1939-1945   BICYCLE – TRAIN – WAR

ALBERTO ALBERTINI  (from Milan, Italy)

A few bars of a musical score synthesize the changing states of mind of an adolescent: the second movement of Brahms’ concert for piano and orchestra. The piano begins unfolding a group of notes that run straight away, and overlap as if throwing their energy into the air, like the youth’s desires, wishes, and dreams; but they immediately fall on themselves, a quick deception replaces the enthusiasm which is brought down by awareness. What a nostalgia, in a few bars the meaning of life. Did Brahms realize that?

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By this time I was ripe with a fully developed ability to take pictures, develop and print them. And I was dangerously attracted by experiments, so much so that I used to tell myself: I’ll die trying a new kind of noose. Luckily we were also short of good rope. I tried to use chemical products for soaking and developing films with minimal granulation. That’s why my negatives aren’t uniform! At least I studied chemistry, physics and electronics applied to filmmaking. Entirely on my own.

These activities happened from ’39 to ’45. From the beginning, as it’s well known, the war’s violence was evident. Tension was growing from the war in Africa to the Spanish war with the fascists’ intervention; “military culture” had entered the schools where we were taught how to use the anti-gas masks. Then the pact with Hitler. When the war really started with the violent invasion of Poland, it was a strong shock also for us adolescents. At the war’s beginning the regime imposed daylight savings time to delay an hour the use of electric lights. So the evening was coming late. In July and August the village was quite hot despite the mountains all around. Thanks to thickness of bushes and trees, warm humidity, silence and lack of lights we were immersed in a sensual atmosphere, we delayed going back home. If the war was far, the blackout forced us to think about it. No light from the the windows, the few cars had their eyes covered except for only one cut to let out a glimpse of light. From the top of the hill, instead, we could see the Swiss side of the lake [Lake Lugano] where everything was fully lit.

But the village was only a part of our life, the train to school was the place for meeting other students of other villages. Some groups of friends started on the train and then continued in each village. I was in one of them, a few kilometers from home. Events did progress over time. Constant and common was the bicycle, more and more necessary to move from one to another, place for public transportations had disappeared. Oddly, the autarky was heavier during the first years of war. Materials were shoddy: screws and bolts were made with ‘zama,’ an alloy of aluminum and zinc. It was enough to tighten a little bit, and the bolt was broken. Rubber was completely missing, and tires were shattered. Cut by ice during the winter. Our attempts at fixing them were desperate, with inner supports or bandages.

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Apparently, the thread between events ran on two rails: events and human connections, and the imagination triggered by them. In any case the bicycle was needed, jolting on the bandaged wheels, to visit friends. In 1943 trains were allowed to travel only during the night, in the day time they were under fire from machine guns. One day at noon we heard an airplanes’ roar, explosions more and more intense. After a while, a dark cloud raised over Induno Olona. Bombs had fallen on the Macchi (today Aermacchi, a factory) and we saw the dust from the debris blown by the wind.

The Bicycle had become the only locomotion tool. After the bombs I went to Milan, I don’t remember exactly when. In a couple of photos you can see workers trying to liberate the railroad from a locomotive thrown out of rails! I took the pictures paying attention not to be seen, with my Kodac Retina hidden in my pocket.

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Immediately after the end of the war people were back in the streets of Milano, and they were already on strike.

Per Diego e Francesco

1939-1945  Bicicletta – Treno – Guerra

Di Alberto Albertini.  Esiste un parallelo musicale che in poche battute sintetizza gli stati d’animo dell’adolescenza. Il secondo movimento del concerto per pianoforte e orchestra di Brahms. Inizia con il pianoforte che srotola un gruppo di note che subito si rincorrono, si accavallano come per prendere la spinta e lanciarsi nell’aria, come i desideri, le aspirazioni, i sogni della gioventù, ma poi subito ricadono su se stesse, l’entusiasmo subito deluso, si ridimensiona nella consapevolezza della realtà. Quanta nostalgia, il senso della vita in poche battute. Brahms se ne sarà accorto?

Ormai ero maturo per fare fotografie, svilupparle e stamparle. Avevo una tendenza perniciosa alla sperimentazione, tanto che dicevo: morirò nello sperimentare un nuovo tipo di nodo scorsoio. Fortunatamente scarseggiava anche la buona corda. Sperimentavo prodotti chimici per bagni di sviluppo fotografico tesi alla minima granulazione. Per questo i miei negativi non sono uniformi! Però studiai chimica, fisica ed elettronica applicata alla cinematografia.

Queste cose accadevano dal ’39 al ’45. Come si sa, già dall’inizio la violenza della guerra fu evidente. Il clima era teso: prima la guerra d’Africa, la guerra di Spagna con l’intervento dei fascisti, a scuola avevano introdotto “cultura militare” e l’insegnamento all’uso delle maschere antigas. Il patto con Hitler. Quando la guerra cominciò davvero con l’invasione violenta della Polonia, lo shock fu forte anche per noi adolescenti. Con l’inizio della guerra il regime introdusse l’ora legale cosicché si ritardava di un’ora l’accensione delle luci. Dunque la sera calava tardi e benché il paese fosse tra i monti, in luglio e agosto era assai caldo. La folta vegetazione, la calda umidità, il silenzio e la mancanza di illuminazione ci immergevano in un’atmosfera sensuale che ci faceva indugiare prima di rientrare a casa. La guerra era lontana ma l’oscuramento in qualche modo ce la ricordava. Niente luce dalle finestre, le macchine, quelle poche, con i fanali coperti e una sola fessura per lasciar trapelare un filo di luce. Dall’alto della collina invece potevamo vedere la sponda svizzera del lago, e là, tutto era illuminato.

Non c’era solo la vita del paese, il viaggio in treno per andare a scuola ci metteva in contatto con altri studenti, degli altri paesi, delle altre fermate. C’erano le compagnie che si formavano in treno e che poi si consolidavano in ciascun paese. Io ne frequentavo una, a qualche kilometro da casa.

Gli eventi avevano una progressione nel tempo. Elemento comune e costante era la bicicletta, sempre più necessario mezzo di spostamento in relazione alla scomparsa dei servizi pubblici. Curiosamente l’autarchia gravò più sui primi anni di guerra. I materiali erano scadenti, viti e bulloni erano di zama, lega di alluminio e zinco. Era sufficiente stringere un po’ il bullone che si spaccava. Mancava totalmente la gomma e le coperture si sfasciavano. Le croste di ghiaccio durante l’inverno le tagliavano. Noi cercavamo di ripararle mettendo dei rinforzi interni o, in casi disperati, fasciandole.

Il filo che legava gli avvenimenti sembrava correre su due binari: gli avvenimenti e i rapporti umani, e l’immaginazione che ne scaturiva. Occorreva comunque la bicicletta, che sobbalzava a causa delle ruote fasciate, per andare a trovare gli amici. Nel 1943 i treni viaggiavano solo di notte perché di giorno erano oggetto di mitragliamenti. Un giorno a mezzogiorno sentimmo un rombo di aerei che a un certo punto si intensificò. Dopo un po’ di tempo vedemmo un nube scura verso Induno Olona. Era stata bombardata la Macchi (oggi Aermacchi) e quella era la polvere delle macerie sollevata dal vento. L’unico mezzo di locomozione era diventata la bicicletta. Non ricordo esattamente quando, poco dopo il bombardamento andai a Milano. In due foto si vedono i lavoratori che cercano di liberare la ferrovia da una locomotiva sbalzata dai binari! Feci le fotografie avendo cura di non essere osservato con la Kodac Retina che tenevo nascosta in tasca.