Passage of Age at the End of World War II

ALBERTO ALBERTINI from MILANO

From childhood to adolescence, the micro-history of a boy (my uncle Alberto) inside the big history of a conflict that changed everyone’s lives. Now in his late eighties, Alberto goes back to his memories hoping to reshape untold stories, feeding the natural desire of expanding our sense of existence. The place is an Italian village — Besano — overlooking lake Lugano. Italian eyes and windows darkened by the conflict gazing across the lake toward neutral Switzerland where lights were not turned off. His family is my family before I came into the world, in 1945. An artist family. Oreste’s paintings (my grandfather) gave to our lives a flavor of turpentine and oil colors, and the odd strength of dreams in the after war fight for survival. Not long ago. (R.A.)

THERE ARE A GREAT MANY PEOPLE ALWAYS LIVING WHO ARE MIXED UP WITH ANYTHING AND THAT IS KNOWN AS EVENTS. (Gertrude Stein)

invwerno-sel-2a

May 23, 2008 3:30:30 PM       Can we still call it time? Not the weather, of course. What’s time? Our events go through it; and although accurate instruments measure the bits, it looks or is ungraspable, flexible, slippery to me. Perhaps we introduce events into the memory as we do with data in a computer, but the more they are engraved in us, or sorrowful, the bigger is the space that we make for them, so when we go over our past again, in those places whose events have deeply excavated our interior, our reading extends along with the image of the past time. 1940-1945. My adolescence, from thirteen to eighteen. A whole life in a few years because from childhood one moves to maturity, and becomes an adult. Five endless years, irreplaceable, enchanting and painfully consuming. Desires, hopes, clear sunsets, the sky swept by the wind in March, snow, cold, the partisans on the mountains, frozen soldiers in Russia, deported people. The war seemed never ending. But really, it was only our expanded life! Now that the Iraq war has entered the sixth year [2008], we didn’t even realize it, those six years disappeared for us, but what about people in Iraq? The years must have been endless for them, no hopes either. When older people from my village recalled facts that had happened ten or twenty years before, they seemed an eternity ago to me. And now that I can go back much further with my own memories, such eternity isn’t there anymore!

My generation grew up through fearful stories. Stories of living dead, witches, graveyard’s skeletons. That’s why I was scared of the dark and of the night, out of the house. I was seven-eight years old when “the little grandma” passed away. They showed her to me lying on the bed wearing a black dress, her body covered with a white transparent veil and surrounded by four lit candles at the corners of the bed. I was shocked. For years I was scared walking by that door in the night time. Such a deep interior perturbation — I believe— might have been the origin of a similarly deep religious crisis. I had become absolutely and deeply religious. There was maybe also another reason: I had fall in love with the sister of a school friend. Her blond, long hair were braided. Although she was five years older than I was, I was eight she was thirteen, I was convinced it was not an obstacle. On the pretext I was visiting her brother I glued myself to her so much that, because she was God-fearing, to be able to follow her I went to church morning and afternoon. The consequence was a disquieting fact. Taken by fervor, I started to follow processions, and one time I walked bearing a very heavy crucifix. The wood was heavy on my belly. My long pants, moreover, had become small and tight. At the time there was a cut in the front of the underpants, which was covered by pants! It was my clear sensation, instead, that my weeny was also out of my pants and everyone, since I was at the head of the procession, could see me in such embarrassing situation. I was not able to lower my hands to check it out for they were holding the crucifix, even less to look down. I went through an endless time of panic, until in the end I could reassure myself. That’s the limit that determined, later, a turning point.

6415-ALBERTO

espansa 002

espansa-001

autore sel-11

autore-sel-16

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alberto Kurosawa style

 

liliana001 copy

Per Francesco e Diego

Dall’infanzia all’adolescenza, la microstoria di una ragazzo (lo zio Alberto) nella grande storia di un conflitto che ha cambiato la vita di tutti. Avvicinandosi ai novant’anni, Alberto ripercorre le sue memorie sperando di dar forma a storie mai dette,  di colmare il desiderio naturale di espandere il senso dell’esistenza. Il posto è un paesino italiano — Besano — con  vista sul lago di Lugano. Occhi italiani e finestre oscurati dal conflitto contemplano la Svizzera neutrale dall’altra parte del lago, dove le luci sono sempre accese. La sua famiglia è la mia famiglia prima che venissi al mondo, nel 1945. La famiglia di un artista. I quadri di Oreste (il mio nonno, padre di Alberto) hanno imbevuto le nostre vite con gli odori della trementina e dei colori a olio; forse ci hanno dato la strana forza dei sogni nello sforzo per sopravvivere del dopoguerra. Non molto tempo fa. (R.A.)

Si può ancora dire tempo? Non quello atmosferico, s’intende. Che cos’è il tempo, quello che noi attraversiamo con i nostri eventi e mentre lo scadenziamo con degli strumenti di precisione esso ci pare, o è, inafferrabile, elastico, sdrucciolevole. Forse come in una memoria di computer si possono inserire dati, noi nella nostra memoria inseriamo eventi, e quanto più sono incisivi o dolenti, per noi, più gli riserviamo spazio, così che, quando ripercorriamo il passato, là dove gli avvenimenti hanno scavato profondamente nel nostro intimo, la lettura si prolunga e così anche la nostra immagine del tempo passato. Cinque anni durò la nostra guerra, 1940-1945. la mia adolescenza, dai tredici ai diciotto anni, il concentrato della vita perché dall’infanzia passi alla maturità, diventi adulto. Cinque anni interminabili, irripetibili, affascinanti e struggenti. I desideri, le speranze, i tramonti limpidi, il cielo terso dal vento di marzo, la neve, il freddo, i partigiani sulle montagne, i militari congelati in Russia, i deportati. La guerra sembrava non finire mai. In realtà era la vita espansa! Ora che la guerra in Iraq è entrata nel sesto anno, [2008] neppure ce ne siamo accorti, questi sei anni sono volati, per noi, ma per gli iracheni? Per loro devono essere interminabili e non hanno nemmeno le speranze. E quando i nostri vecchi rievocavano fatti risalenti a dieci o venti anni prima, a noi sembravano eternità. Invece ora che io posso andare indietro con le memorie molto di più, questa eternità non c’è più!

La mia generazione è cresciuta a storie di paura. Di morti viventi, di streghe, di scheletri al cimitero. Questo faceva si che avessi paura del buio e della notte, fuori. Avevo setto-otto anni quando morì la “nonna” e me la fecero vedere stesa sul letto vestita di nero coperta da un velo trasparente bianco e quattro candele accese agli angoli del letto. Lo shock fu forte. Per anni ebbi paura a passare davanti a quella porta di notte. Questo profondo sconvolgimento interiore credo sia stato la causa di una altrettanto profonda crisi mistica. Ero diventato assolutamente e profondamente religioso. Però forse c’era anche un altro motivo. Mi ero innamorato della sorella di un mio compagno di scuola. Aveva lunghe trecce bionde e cinque anni più di me, io otto e lei tredici, ma ero convinto che questo non fosse un ostacolo. Con la scusa di andare dal fratello mi incollavo a lei e, siccome era timorata di dio, io, per seguirla andavo in chiesa la mattina e il pomeriggio. Ne seguì un fatto inquietante. Nel mio fervore, seguivo anche le processioni e in un’occasione portai anche un pesante crocifisso. Questo mi pesava sulla pancia e per giunta portavo dei calzoni lunghi che erano diventati stretti. Allora si usavano le mutande con un taglio davanti, però sopra c’erano i calzoni! Invece la mia netta sensazione era che mi fosse uscito il pisellino anche dai calzoni e che tutti, ero intesta alla processione, mi vedessero in questa imbarazzante situazione. Io non potevo allungare la mani per controllare perché tenevo il crocifisso, né tanto meno abbassare lo sguardo per vedere. Ho passato un interminabile tempo di panico, finché poi ho potuto rassicurarmi. Questo è stato il limite che ha poi segnato la svolta.

inverno 010