Little White Hands

 THAT’S REAL

by Rosanna Albertini

The most unsettling walk of my life. After four days of amazement, driving up and down the Rocky Mountains and by the Colorado river, winding along safe roads inside red canyons and eroded rocks, we were hands down, the Southwest had won and filled our eyes. The more we “walked in beauty,” as the Navaho say, the more we felt, my husband and I, we were crossing a phantom country: an enormous reservoir of silence and emptiness, with a few spots of human settlement.

The engine goes, roads and views unfold so quickly that even stopping here or there there is no time to know what we feel, but we feel what we don’t know, the big slice of pie eaten by foreigners, abandoned cities in the mountains’ bodies, tribal life still existing, and the large amount of a history never written, scattered through the dust of the desert. The blue sky doesn’t care. National news even less.

Where did we really go? Navaho land. A big, voided country inside the American territory. The land of uncountable mountains sculpted by centuries of water for the tourists pleasure? Tired of monuments, we went to visit a family of local Navajos, friends of friends: Jeanne M.Salt, a fiber artist, and Charlie Littlesalt. Starting from five thousand feet of altitude, mountains look like quite friendly rocky hills, yet they cut your breath. Charlie Littlesalt kindly offers to guide us through the space of his own life, of his father and grandfather’s and ancestors’ steps on a ground – we were about to discover soon – that human labor couldn’t tame. It remains in me the feeling that I have been completely unaware, at the moment of the walk, of what Charlie’s directions really gave us, which is now engraved in my mind.

“Cross the creek,” the water touching my ankle, it doesn’t matter. The sun is hot. “Go right, make your path.” Although there is no path we can see some remnants of agriculture between the stream of water and the round shoulders that are pink, the lightly corrugated skin of the mountains. “This was a corn field,” “here more than one valley, every family had their own for the sheep, and everyone knew.” Silent stops became a punctuation giving us time to see, in our minds, the invisible past of the sites. “Let’s go up, (or down), you have an instinct, follow your own instinct.” Charlie liked better to walk behind us, letting us struggle with a ground very familiar to him. Nothing is steady on the slopes whose shoulder has crumbled: broken stones, cactus and bushes. The soil moves under the soles. Walking becomes climbing toward our guide’s goal.

“Left, right, up.” “Don’t touch the cactus.” Breathless, the legs on fire, we reach our destination: a cave at the top of a mountain. On a natural floor with no flat surfaces. I was dizzy. Was it the altitude? We only had to find the right inclination, or adjust our back on mother earth and look at walls and ceiling. Goats and sheep were brought there to sleep protected. Human hands built a wall at the end of the cave long ago, and made it with a window, sheep size, but not made for them. On the red-orange sandstone the Anasazi left the shape of their hands, white. Signs of a presence I hesitate to call history because most of it is lost, nor I would call it art because both words have lost the immediate, simple sense of these signs. “We are here” – the hands say – “And you are here with Charlie who is one of us.”

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The cave suddenly seemed crowded to me. As if we were surrounded by an intangible, old thickness of time and had become a part of it. No names, no dates, only human presence. Once upon a time a storm started, the sheep entered. It’s home. While time stops, I’m not condemned to meaning anymore, words roll down mixed with the sand. “The world is not what I think, but what I live through.”*

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Los Angeles. Charlie’s directions still vivid in my mind. Smiling, with kindness, he reminded us we could trust our own instinct, make our path in a completely unknown territory. Isn’t it what we try to do every time we meet an artist we don’t know? Past or present, it doesn’t change. Nothing granted, not only one truth. “Truth does not ‘inhabit’ only ‘the inner man,’or more accurately, there is no inner man [or woman], man and women are in the world, and only in the world do they know themselves.”** The descent is even harder than the climbing. We take short cuts. The soil at the edge of the cliff by the stream shows cracks… my instinct tells me I’m light enough but I could be wrong. We stop by a large wall: who knows who or when had carved a path on the rock.

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* and ** Maurice Merleau-Ponty

Photographs by Peter Kirby and R.A.

Translation for my Italian grandchildren, Francesco e Diego

LE MANINE BIANCHE

Una camminata piena di incertezze. Dopo quattro giorni di stupore, guidando su e giù per le Montagne Rocciose e seguendo il fiume Colorado, curva dopo curva dentro canyons rossi e rocce segnate dall’erosione, eravamo ridotti alla mercé del paesaggio. Il Sudovest dominava occhi e volontà. Piu avanti andavamo con la nostra “marcia nella bellezza”, cosi la chiamano i Navaho, piu ci rendevamo conto, Peter e io, che stavamo attraversando un paese fantasma: un enorme contenitore di silenzio e spazi vuoti, con poche zone abitate.

Man mano che il motore ci porta, strade e panorami si susseguono così in fretta che, anche se ci fermiamo, non c’è veramente il tempo di ricevere le sensazioni interiori. Prevale la sensazione di non sapere; l’ignoranza sulla fetta di territorio divorata dagli stranieri, le città abbandonate nel cavo delle montagne, la vita tribale ancora in funzione, e una lunghissima storia mai scritta, dispersa fra la sabbia del deserto. Al cielo blu non gliene importa niente, alla stampa nazionale ancora meno.

Dove siamo andati, veramente? nella terra dei Navaho. Un grande paese svuotato all’interno del territorio americano. Secoli di acqua hanno forse scolpito le montagne solo per il piacere dei turisti? Stanchi dei monumenti, abbiamo deciso di far visita a una famiglia Navaho, amici di amici: Jeanne M.Salt, un’artista che fa tessuti al telaio, e Charlie Littlesalt (Piccolosale). I monti sembrano colline rocciose piuttosto facili, ma partono da cinquemila piedi di altezza, (duemila metri scarsi) e mozzano il fiato. Pieno di gentilezza, Charlie Littlesalt offre di guidarci attraverso gli spazi dove ha trascorso tuttta la vita, come suo padre, suo nonno e gli antenati. E’ un terreno -lo scopriremo di lì a poco- che il lavoro umano non riesce a dominare. Mi rimane l’impressione che, sul momento, non ero in grado di raccogliere il significato più profondo delle direttive di Charlie il cui senso, adesso, mi resta stampato nella mente.

“Attraversa il torrente”, l’acqua mi arriva alle caviglie ma non importa, il sole scotta. “Vai a destra, fatti la tua strada”. Il sentiero non c’è, ma vediamo resti di agricoltura fra il corso d’acqua e le sponde di roccia che sono rosa, la pelle rugosa delle montagne. “Questo era un campo di grano”, “qui le valli sono numerose, ogni famiglia ne sceglieva una per le pecore, e tutti lo sapevano”. Piccole tappe silenziose erano diventate una specie di punteggiatura che ci dava il tempo di immaginare il passato invisibile di ogni sito. “Andiamo in salita (o in discesa), hai il tuo istinto, seguilo”. Charlie preferiva camminare dietro di noi, lasciandoci da soli a sfidare un terreno che lui conosceva alla perfezione. Sui pendii dove la roccia si è sgretolata non c’è niente di fermo: soltanto pietre, cactus e arbusti. Il terreno sotto le suole è instabile. E la camminata diventa un’arrampicata verso la meta della nostra guida.

“Sinistra, destra, su”. “Non toccare i cactus”. Arriviamo a destinazione senza fiato, con le gambe in fiamme. C’è una grotta sulla cima di un monte. La base è tutta curve, senza pavimento piatto. Mi gira la testa. Che sia l’altezza? Dovevamo solo trovare l’inclinazione giusta, oppure adagiare la schiena sulla madre terra per guardare muri e soffitto. Si portavano qui capre e pecore per proteggerle durante il sonno. Qualcuno ha costruito un muro sul fondo della grotta molto tempo fa, con una finestra di misura ridotta, ma non era fatta per gli animali. Gli Anasazi hanno lasciato la forma delle loro mani, in bianco, sulla roccia sabbiosa rossa e arancione. Sono segni di una presenza che esito a chiamare storia perche quasi tutto è andato perduto, e neppure la chiamo arte perché entrambe queste parole hanno perso il senso immediato, semplice, di questi segni. “Noi siamo qui”, dicono le mani, “E tu sei qui con Charlie che è uno di noi”.

Di colpo la caverna sembra affollata. Come se circolasse intorno a noi la densità di un tempo senza età, intangibile. Noi ne facevamo parte. Nomi, date, svaniti. Solo presenza umana. C’era una volta un temporale, e le pecore arrivano. Sono a casa. Mentre il tempo si ferma, la mia mente si libera dal cercare significati, le parole rotolano giù dal pendio insieme alla sabbia. “Il mondo non è quello che penso, è quello in cui vivo”.

Los Angeles. Le direttive di Charlie sono ancora fresche nella memoria. Sorridente, con gentilezza, ci ha ricordato che possiamo contare sul nostro istinto, e farci strada in un territorio completamente sconosciuto. Non è forse quello che cerchiamo di fare ogni volta che incontriamo un artista per la prima volta? Passato o presente, la cosa non cambia. Niente è garantito, di verità ce n’è più di una. “La verità non risiede solo all’interno della persona; o meglio, l’uomo o la donna interiore non esistono, stanno nel mondo e soltanto nel mondo sono capaci di conoscersi”. La discesa è anche piu ardua della salita. Prendiamo scorciatoie. Sui margini del dirupo lungo il torrente si notano delle crepe … l’istinto mi dice che sono abbastanza leggera ma potrei sbagliarmi. Ci fermiamo davanti a una muraglia imponente: non si sa chi, non si sa quando, ha inciso un sentiero sulla roccia.

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