Italy 1943, food from the convent

 ALBERTO ALBERTINI from Milan: LA CERTOSA DI PAVIA

A young man (16 years old) looking at the world

During the war we used to go quite often to La Certosa for food supplies, sometimes I went by myself. Two things produced a strong impression on me: the room I was given to spend the night in and the orchard.

The room was austere, with no decoration at all: a bed, a chest of drawers. Windows were small, the room relatively large. White. A sense of fear was induced by that space, along with an intimate well being. For a solitary like me, a secret pleasure.

The orchard. The orchard was like the other face of the moon. I did not know it was there because the convent was split in two parts: on one side the monks, with their own life and all their privileges, and on the other side the agricultural workers’ practical activities: using the mill, preparing supplies. I became aware of it from my room; a window looking at the interior, the monks zone, I suppose it was the cloister. And I saw the orchard in the moonlight, it was almost unreal. I discovered later the proper description in Romeo and Juliette: oh moon spreading silver on the top of the orchards … more or less, I don’t remember the sentence perfectly but I do remember the orchard, it was that.

Alberto Albertini, L'aia della certosa, 1943

Alberto Albertini, L’aia della Certosa, 1943

Alberto Albertini, L'aia della certosa, 1943

Alberto Albertini, L’aia della Certosa, 1943

Alberto Albertini, L'aia della certosa, 1943

Alberto Albertini, L’aia della Certosa, 1943

Alberto Albertini, L'aia della Certosa, 1943

Alberto Albertini, L’aia della Certosa, 1943

Alberto Albertini, L'aia della Cetosa, 1943

Alberto Albertini, L’aia della Certosa, 1943

Durante la guerra ci andavamo spesso per fare rifornimento viveri, qualche volta ci andavo da solo. Mi sono rimaste vivamente impresse due cose:la stanza che mi assegnavano per dormire e il frutteto.

La stanza era austera, disadorna, un letto, un comò. Le finestre piccole, le dimensioni del locale relativamente grandi. Bianca. Incuteva rispetto e insieme il senso di star bene con se stessi. Per un solitario, un piacere intimo.

Il frutteto. Il frutteto era come l’altra faccia della luna, ne ignoravo l’esistenza perché la certosa era divisa in due: da una parte i monaci con la loro vita e i loro privilegi, dall’altra i villici che gestivano le cose materiali, il mulino, le scorte. Ne ho preso conoscenza appunto dalla camera, una finestra dava sull’interno, la zona monaci, suppongo il chiostro. Il frutteto lo vidi in una notte di luna e fu quasi irreale. Una definizione idonea la scoprii piu tardi in Romeo e Giulietta: oh luna che tingi d’argento la cima dei frutteti … circa credo, non ricordo perfettamente la frase ma il frutteto sì, ed era così.

Alberto Albertini, Il cavallo della certosa, 1943

Alberto Albertini, Il cavallo della Certosa, 1943